Sabato, 30 Maggio 2020
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Oltre il Vulcano verso il mare

rivista trekking 61 1992 OL

A distanza di un quarto di secolo, riproponiamo l'esperienza fatta dagli studenti della Scuola Media di Santu Lussurgiu con il trekking Oltre il Vulcano verso il Mare.  L'itinerario si aggiudicò il primo premio nella VII edizione del Premio Nazionale Scuola indetto dal Centro Documentazione Trekking in collaborazione con la Rivista del Trekking, l'Invicta, la Provincia Autonoma di Trento.

La versione on line che (ri) proponiamo può avvalersi della mappa interattiva satellitare di GoogleMaps, attraverso la quale abbiamo variato  leggermente il percorso rendendolo più breve e comprensivo delle rilevanze presenti lungo il cammino.

MAPPA INTERATTIVA DELL'ITINERARIO >>

 

 

  

Un trekking di due giorni nella Sardegna centro occidentale, sul Massiccio vulcanico del Montiferru, in provincia di Oristano, per giungere dai monti fino alla costa, in un ambiente suggestivo e incontaminato, a contatto con una natura di straordinario interesse, e con i resti di una storia antichissima che ha lasciato i propri segni nelle abitudini e nel folclore.

Il racconto di un'esperienza diretta di conoscenza del territorio, vissutala ragazzi di una scuola media che con entusiasmo e impegno hanno scoperto, passo dopo passo, gli aspetti più tipici e peculiari della loro terra.

Coordinatore progetto: Umberto Guerra.
Foto: Giovanni Sechi.

Siamo nella Sardegna centro occidentale, sul Massiccio vulcanico del Montiferru, agevolmente raggiungibile (anche senza cartelli indicatori che - incredibile ma vero - nessuno si preoccupa di far installare!) dalla S.S. 131 Carlo Felice attraverso gli svincoli di Macomer, Abbasanta, Paulilatino e Tramatza/Oristano-Nord; oppure, provenendo da Nord-Ovest e percorrendo la Panoramica Alghero Bosa, passando per Macomer e Cuglieri.

Il paese di Santu Lussurgiu è situato a mezza altezza sul versante orientale del Montiferru; con i monti che lo sovrastano a semicerchio da Nord Ovest, si adagia in una conca/bocca vulcanica, e con le sue case poste ad anfiteatro si apre a Sud-Est mostrandosi al visitatore solo al suo arrivo. All'imbrunire, invece, a dispetto di tutte le segnalazioni, è possibile individuarne da lontano la posizione guidati dalla luce rossastra dei lampioni che dal paese sale, oltre le cime, come in un suggestivo risveglio del vecchio vulcano.

Santu Lussurgiu si trova a 550 metri sul livello del mare, nella provincia di Oristano, conta 2419 abitanti (aprile 2014) ed ha un' economia basata principalmente sulla pastorizia, gli allevamenti e l'artigianato.
Sono circa 10.000 ettari di ambienti suggestivi, pressoché incontaminati, di essenze arboree primitive, di santuari archeologici e panorami stupefacenti a giro d'orizzonte, dove il basalto ha creato morfologie primordiali nel territorio, ha modellato case, vie, slarghi del centro storico cittadino.
Qui la vita scorre tranquilla (si fa per dire!) ed è possibile rigenerare il corpo e lo spirito con lunghe passeggiate sui monti tra i quali il paese si adagia per godere il primo sole del mattino, tra boschi secolari e le mille sorgenti d'acqua purissima (definita da molti “miracolosa” per le sue eccezionali proprietà curative), che formano alle spalle del paese una raggiera di ruscelli vivaci, spezzati da ripide cascate e popolati da trote e anguille, col profumo del mare che sale, oltre le cime, mescolandosi all'odore di mirto, di lentisco, lavanda e timo.

Questo è il polmone verde della provincia di Oristano dove le specie faunistiche in via d'estinzione (cervi, mufloni, grifoni) trovano l'habitat ideale per vivere e riprodursi e dove vengono allevati i migliori cavalli anglo-arabi-sardi che vincono i concorsi ippici e perpetuano il binomio che lega da sempre Santu Lussurgiu al cavallo. Tradizioni antichissime scandiscono i mesi dell'anno: un orologio del costume che da gennaio a dicembre propone appuntamenti folcloristici, equestri, musicali, economici, enogastronomici, culturali e religiosi. Luogo ideale di studio di meditazione e di vacanza, per chi ama il rapporto vero con la natura, la genuinità dei cibi, l'ospitalità, qui considerata ancora sacra. E'proprio in questo contesto che nasce e si sviluppa l'itinerario che proponiamo. Seguiteci!


NOTE STORICHE

cornus campuecorraAbitata sin dal primo neolitico e largamente nel periodo nuragico, la regione del Montiferru in età punico-romana aveva come capoluogo la città di Cornus, rasa al suolo dal console T. Manlio Torquato nell'anno 537 di Roma, dopo la sconfitta dei sardo-punici di Amsicora. Di ogni età storica vi è testimonianza nella regione: domus de janas, dolmen, menhir, nuraghi, tombe dei giganti, betili, villaggi preistorici e città sepolte costituiscono le tappe privilegiate per gli appassionati di archeologia. Nell'Alto Medioevo, il dipartimento del Montiferru apparteneva al Giudicato di Torres con il castello omonimo, del quale oggi è possibile osservare i resti. Con la caduta dei giudici, il Montiferru fu incorporato alla corona d'Aragona e ceduto in feudo a Guglielmo di Montagnans che lo vendette alla famiglia Zatrillas nel 1421 per 6 mila fiorini d'oro. Nel 1670 il feudo venne confiscato a donna Francesca Zatrillas perché accusata di concorso in omicidio e lesa maestà e venduto a don Francesco Brunengo: ma, nel 1709, per indulto di Carlo III, il feudo venne restituito a don Gabriele Aymerich-Zatrillas. Passata la Sardegna alla Casa Savoia nel 1720, il Montiferru continuò a rimanere nelle mani di vari feudatari tenuti molto in odio dal popolo, e con lo scoppio della Rivoluzione Francese anche il Montiferru e Santu Lussurgiu in particolare s'impongono all’attenzione della storia durante i moti antifeudali guidati dal prete giacobino don Michele Obino di Santu Lussurgiu. Nel 1848 anche il Montiferru poté godere dei benefici della Costituzione concessa da Carlo Alberto alla Sardegna.


oltre gruppoLA FLORA

 

 

 

La vegetazione attuale del Montiferru si presenta come un mosaico di comunità vegetali di origine più o meno recente che si intersecano con altre di antica data. Le comunità vegetali più recenti sono quelle relative agli impianti di conifere e latifoglie realizzati nel complesso forestale "Pabarile" dell'Azienda Foreste Demaniali della Sardegna.

 

 

 

Le comunità vegetali più antiche sono rappresentate dalle formazioni boschive primarie a leccie (Quercus ilex) che, scampate ai dissennati tagli che nel secolo scorso portarono in Sardegna alla eliminazione di circa 600.000 ettari di bosco, ancora sopravvivono in alcune valli impervie e inaccessibili del Montiferru.

 

 

F

ino all'inizio dell'800 il massiccio del Montiferru era completamente coperto da una maestosa foresta che si estendeva fra Seneghe, Santu Lussurgiu, Macomer, Borore, Scano Montiferru, Cuglieri, per una superficie di oltre 10.000 ettari. I lecci vi crescevano numerosissimi da millenni insieme alle altre querce caducifoglie come la Quercus pubescens e la Quercus congesta, insieme al tasso (Taxus baccata L.), all'agrifoglio (Ilex aquifolium L.), all'acero minòre (Acer monspessulanum L.), ricordo della vegetazione dell’Era Terziaria. A metà del secolo scorso, il Generale Della Marmora, che esplorò più volte il Montiferru, riferisce che questa fittissima foresta primordiale era già scomparsa. Altri boschi da lui descritti scomparvero nel 1863 quando il governo Sabaudo ne autorizzò il taglio per realizzare traversine ferroviarie. A queste prime utilizzazioni seguirono ancora tagli e incendi continuati sino ai nostri giorni. Delle formazioni boschive primari scampate ai tagli e agli incendi rimangono oggi solo pochi lembi nelle misteriose e impervie valli che si aprono ai fianchi del Montiferru che, dopo aver visto le sue selvagge e poderose foreste cedere il passo di fronte ai tagli e agli incendi, è diventato un solenne e silenzioso ambiente pastorale. Questa premessa, necessaria e doverosa per chi non voglia commettere l'errore di sciogliere i nodi antichissimi che legano la natura alla storia e la cultura alla tradizione, non deve fare immaginare però che il Montiferru sia oggi poco interessante dal punto di vista botanico, perché proprio la presenza di numerosi elementi di rilevante interesse ha sollecitato l'inserimento delle foreste del Montiferru fra i biotipi di interesse vegetazionale da tutelare in Sardegna. Certo, il gruppo delle sue cime principali (M. Urtigu, M. Entu, Rocca Sa Tiria) da Badde Urbara fino a Elighes Uttiosos è arido, sassoso, coperto di arbusti bassi: una gariga a timo, elicrisio, santolina, elleboro, ma scendendo verso il mare incontriamo le foreste di lecci, la vegetazione climax che si trova ormai solamente in aree molto ristrette. Nel suo sottobosco crescono il pungitopo (Ruscus aculeatus), le violette (Viola alba), i ciclamini (Cyclamen repandum). Seguono le foreste miste di xerofile sempreverdi termoxerofile nei versanti settentrionale e occidentale del monte. Qui, assieme ai lecci, troviamo gli olivastri (Olea olea ster), il lentischio (Pistacia lentiscus), la quercia (Quercus congesta), il tasso (Taxus bacata), l'agrifoglio (Ilex aquifolium), il corbezzolo (Arbutus unedo) la fillirea (Phillyrea angustifolia), il caprifoglio (Tonicera implexa), la smilace (Smilax aspera) e le clematidi, con sottobosco di ciclamini, orchidee, ranuncoli, margheritine, ecc.. Si passa poi alle zone caratterizzate da formazioni arbustive alte di macchia mediterranea dominate da erica arborea e scoparia, biancospino (Crataegus monogyna), perastri, nelle quali sono ancora presenti i lecci. Arrivando al mare le specie arbustive sono meno sviluppate e verso la fine del nostro trekking gli aggruppamenti vegetali sono rappresentati da colonie pure di cisto marino (Cistus monspeliensis) fitte, a tratti miste coi cistus salvifolius, cistus incanus, lavandula stoechas, myrtus communis, varie ginestre ed euforbie. Il numero di specie botaniche incontrate e fotografate durante il percorso è enorme perché la vegetazione del Montiferru varia e ricca. Alcune specie sono abbastanza comuni, altre meno note, non poche costituiscono degli endemismi con peculiarità che le differenziano sensibilmente dal resto della flora mediterranea. E questa vegetazione, osservata nel mese di maggio, proprio nel momento del suo massimo splendore, ha dato al nostro trekking un fascino incomparabile. Abbiamo riconosciuto facilmente molte specie vegetali ma, a parte quelle più appariscenti, alcune sono state identificate e "classificate" più sicuramente con il loro nome lussurgese. E ci è piaciuto, una volta tanto, poter chiamare i nostri fiori e le nostre piante con i caratteristici nomi con cui sono da sempre chiamati nel Montiferru. La nostra ricerca infatti è stata anche quella di affiancare a ciascun nome latino il suo corrispondente lussurgese.


brioLA FAUNA

Non solo la flora, ma anche la fauna ha risentito dei tagli e degli incendi verificatisi nel secolo scorso nelle foreste del Montiferru. Ai mutamenti ambientali causati dagli speculatori che presero di mira i nostri alberi, si aggiunse, per quanto riguarda la fauna, la pressione venatoria esercitata dai cacciatori.

All'inizio del secolo la Sardegna veniva considerata un importante riserva di caccia.
Frotte di cacciatori vi giungevano in nave da Genova e, accompagnati da guide locali, abbattevano cervi, daini, mufloni ed avvoltoi e tornavano a casa carichi di trofei.

Dopo il disboscamento e gli incendi, nemmeno lo sterminio dei tanti animali è stato risparmiato al Montiferru, ma questa è una storia vecchia.

Oggi le uniche possibilità di portare via dalle nostre foreste ricchi trofei da mostrare a casa agli amici, sono rappresentate dalle immagini che gli amanti del "birdwatching" riescono a rubare alla fauna che vive nel Montiferru.
Ci si alza sempre all'alba, si cammina tra i boschi, lontani dagli stress. Ma il grilletto del fucile automatico viene sostituito dall'otturatore della, più o meno sofisticata, macchina fotografica.
Con un po' di fortuna, gli amanti del birdwatching potranno portare a casa trofei d’eccezionale valore.
Infatti il Montiferru, per la sua posizione geografica, la sua conformazione geologica e la varietà dei suoi ambienti, offre sicuro rifugio all'avifauna stanziale e si pone come preciso punto di riferimento per le specie migratrici. È possibile fotografarvi uccelli delle più diverse specie, come storni, gruccioni, averie, pettirossi, saltimpali, passeri, tordi, ghiandaie, cornacchie, bige, colombacci, corvi imperiali, merli, upupe, ecc.


pernice sardaCaratteristica è la pernice (Alectoris barbara) considerata un relitto geografico.
Ma senz'altro gli amanti del birdwatching non vorranno lasciarsi sfuggire l'occasione di fotografare le sagome dei rapaci che frequentano il cielo del Montiferru, alcuni dei quali nidificano anche nelle sue rocce: 5-6 coppie di falco pellegrino (Falco peregrinus) da sempre ampiamente diffuso ma nidificatore sporadico, pare abbiano deposto le loro uova in nidi nelle pareti rocciose.
Anche l'albanella (Cyrcus pygarus) ha ripreso a nidificare a Pabarile. Sono presenti e nidificano nei crepacci il gheppio (Falco tinnunculus) e il nibbio reale (Milvus milvus), una volta molto comuni, oggi più rari.
La sparviero (Accipiter misus Wolterstff), la poiana (Buteo arrigonii) e l'astore (Accipierr gentilis arrigonii Kleinsch) presenti nel Montiferru, appartengono a razze sarde, diverse da quelle presenti nel resto d'Italia.

grifoneMa per gli amanti della natura, nessun trofeo è più ambito di una serie di diapositive del maestoso e spettacolare volo del grifone (Gyps fulvus), facilmente riconoscibile, oltre che per la mole imponente, per il colore marrone e per il lungo collo coperto di corto piumino bianco ed un caratteristico collare alla base. La sua apertura alare che può raggiungere i 280 cm, gli permette di sfruttare al massimo le correnti d'aria ascensionali che gli consentono un volo planante, con il minimo dispendio di energie. La popolazione italiana di grifoni è concentrata nel triangolo compreso, grosso modo, fra Santu Lussurgiu, Bosa e Alghero, dove, in un areale di 2000 kmq, vivono attualmente un centinaio di grifoni. Nel Montiferru sono stati reintrodotti con esemplari provenienti dalla Spagna e dalla Francia, ad iniziare dal 1986 e, dopo un periodo di ambientamento in voliera sono stati liberati. Ora è facile vedere "il padrone del cielo" veleggiare maestoso alla ricerca del cibo.

Se poi il fotocacciatore avrà ancora qualche rullino a disposizione, potrà rivolgere l'obiettivo ad altri esemplari importanti della fauna del Montiferru. I cervi e i mufloni sono protetti nei recinti di ripopolamento dell'Azienda Foreste Demaniali dove è possibile incontrarli e fotografarli. I mufloni (Ovis musimorì) preferiscono trascorrere la loro giornata nei dirupi rocciosi al margine della boscaglia; i cervi (Cervus elaphus corsicanus) vivono preferibilmente più all'interno, nella lecceta, dove le foreste di sclerofile si alternano con pascoli. Anche altri mammiferi presenti nel Montiferru sono protetti perché negli ultimi decenni hanno subito una regressione numerica tale da fare temere per la loro conservazione. Ricordiamo, fra gli altri: il gatto selvatico (Felis sylvestris) e il riccio (Erinaceus europeus). Non ha invece fatto temere per la sua estinzione un altro importante abitante del Montiferru: il cinghiale (Sus scrofa meridionalis) anch'esso più piccolo del cinghiale continentale. E stato a lungo il padrone delle nostre foreste che gli hanno da sempre offerto riparo e cibo (tuberi, radici, bulbi, ghiande, larve, insetti, ecc.) insieme alla volpe (Vulpes vulpes), alla donnola (Mustela nivalis), alla lepre (Lepus capensis) ed al coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) è considerato selvaggina.

DIAPOSITIVE i - Ciclamini 2 - Selseparigila nostrane 3 - Piantine acquatiche 4 - Asfodelo 5 - Aperitivo ai cardo 6 - Rosa peonie 7 - ible 8 - Orchidee pepilionacea (orchidee farfalla). 9 - Grifone 10 - Grifone in volo li - Cervo 12 - Pernice sarda 13 - Falco Pellegrino nel suo nido 14 - Gheppio 15 - Giovane mufione 


L'ITINERARIO Questo percorso si articola in quattro tappe da svolgersi in due giorni di cammino, partendo da Santu Lussurgiu, toccando Punta Urtigu, la cima più alta, fino ad arrivare a Santa Caterina di Pittinuri, sul mare. E un itinerario che si svolge in una delle zone più interessanti della Sardegna: il Massiccio vulcanico del Montiferru, il più grande vulcano spento della Sardegna che sorge isolato nel settore occidentale dell'Isola, fra Oristano e Bo-sa. Risalente al Terziario, occupa una superficie di 700 kmq, ed è un'area ricchissima di interessi archeologici: abitata fin dalla preistoria, ancora oggi custodisce, soprattutto sul versante meridionale, molti resti di nuraghi, tombe di giganti, torri nuragiche. Anche dal punto di vista naturalistico si individuano fasce vegetazionali particolarissime e molto interessanti: dalle zone più fertili, coltivate e ricche di sorgenti, coperte di fiori (ciclamini), si passa alle foreste di leccio, fino a giungere al terreno brullo, caratterizzato solo da cespugli, nella parte sommitale. Durante il cammino è possibile incontrare diverse specie di animali: mufloni (rari, e considerati estinti in Europa), grifoni, corvi imperiali, bellissimi cervi, cavalli, attraversando anche oasi faunistiche di ripopolamento; sarà così possibile vivere un'esperienza veramente suggestiva, avvertendo in modo pregnante l'emozione di trovarsi a contatto diretto con la natura, in tutte le sue espressioni più significative, che riflettono l'ambiente e i caratteri di questa terra.


1^ Tappa
• Santu Lussurgiu (550 m) 
• Monte Tinzosu (750 m) 
• Monte Oe (859 m) 
• Badde Urbara (963 m) 

Dislivello: 413 m 
Tempo di percorrenza: ore 3 Circa

4 maggio 1992, ore 7,30. Davanti alla nuova Scuola Media Statale "A. Segni" di Santu Lussurgiu grande folla di genitori, alunni e insegnanti. A prima vista potrebbe sembrare uno dei tanti giorni di scuola, ma invece no. L'ora, l'abbigliamento e l'equipaggiamento di alunni e insegnanti, i volti preoccupati dei genitori, le loro raccomandazioni insistenti allontanano questa ipotesi: niente scuola per due giorni, almeno non il solito modo di fare scuola!
Per due giorni le aule saranno tra i boschi, a diretto contatto con la natura, gli animali, le difficoltà di un itinerario sperimentato da pochi nel suo sviluppo complessivo, ed è da troppo tempo che prepariamo questo nostro trekking per esitare ancora. Ci contiamo rapidamente: siamo 40, 6 insegnanti e la mamma di una nostra compagna. E poi via, si parte! La destinazione è generica ma piena di fascino: Oltre il vulcano, verso il mare.

Percorriamo rapidamente viale Azuni, via Gramsci, via dei Giudicati, via Alagon e siamo già ai piedi del massiccio. Di fronte a noi una ripida salita, in alto le cime di Monte Oe e Monte Tinzosu ancora avvolte dalla nebbia che ci sovrastano. Ci inoltriamo tra lo spartiacque di questi due monti risalendo uno stretto sentiero tracciato dalle acque meteoriche, scavalcando qualche muretto a secco. Man mano che si procede la vegetazione è più fitta, ci intralcia, ostruisce completamente il sentiero. Ci facciamo strada. Alcuni nostri compagni precedono il gruppo per individuare i passaggi meno difficoltosi. Dopo circa 2 ore di marcia faticosa siamo fuori dallo spartiacque, e il panorama ci appaga: Santu Lussurgiu è giù, in basso, lontano dai nostri pensieri e sulla linea dell'orizzonte l'altopiano di Abbasanta e a sud gli stagni dell'oristanese che come specchi riflettono al sole del mattino. La vegetazione è ora più rada e il basalto pavimenta con picchi e guglie l'ultimo faticosissimo tratto di salita. Siamo in cima a Badde Urbara tra i rimboschimenti dell'Azienda Autonona Foreste Demaniali, sovrastati da una fitta selva di gigantesche antenne e di ripetitori della RAI, delle televisioni private sarde, dell'Aeronauica Militare, della Nato. Aspettiamo ritardatari e ci avviamo verso il riugio del Cantiere Forestale di Pabaile. Abbiamo fame e lì sarà possibile fermarci per la colazione. Ad attenderi c'è Giovanni Sechi, il nostro fotorafo naturalista che ci accompagneà nella visita alle oasi faunistiche di ipopolamento. Incontriamo anche i suoi colleghi che lavorano al cantiere. Ci chiedono del nostro itinerario e ci danno buoni consigli per affrontare le successive fatiche.


2^ Tappa

• Monte Urtigu (1050 m)
• Elighes Uttioso. (950 m)
• Monte Pertosu (986 m)
• Nuraghe Ruiu (774 m)
Tempo di percorrenza: ore 5 circa

Riprendiamo il cammino rincuorati e rifocillati, quella salita ci aveva affaticato. La destinazione è Elighes Utttiosos (lecci gocciolanti). La camionabile che vi ci conduce è all'interno dell'area gestita dall'Azienda Autonoma Foreste Demaniali della Sardegna. A destra e sinistra i recinti di ripopolamento. Siamo fortunati, riusciamo a vedere e a fotografare con l'aiuto della nostra guida un branco di mufloni. Più avanti troviamo la voliera dei grifoni con qualche esemplare che necessita di cure per tornare a volare alto sui cieli tra il Montiferru e le alture di Bosa. Ci prendiamo la grande soddisfazione di risalire il Monte Urtigu e in cima alla punta Su Mullone troviamo il punto trigonometrico lasciato dal Della Marmora il secolo scorso. Non ci attardiamo oltre e riscendiamo per proseguire il cammino verso Elighes Uttiosos.
Intorno a noi un paesaggio lunare, privo di vegetazione, le punte, i picchi, le guglie creano prospettive affascinanti. Siamo in tanti, eppure camminiamo in silenzio spaziando con lo sguardo e osservando divertiti le acrobazie di due corvi imperiali che si rincorrono.
Verso le 13 giungiamo a Elighes Uttiosos. Qui faremo la sosta per il pranzo. E una sorgente caratteristica e molto frequentata d'estate. L'acqua è freschissima e sgorga dalle radici di alcuni lecci. Il panorama che si apre a occidente è stupendo: impervi canaloni coperti di fitta vegetazione e più lontano il mare. Ci sediamo e mangiamo con buon appetito: ottimo il formaggio a treccia che una mamma ha preparato; lo facciamo assaggiare ai nostri accompagnatori che dimostrano di gradirlo molto, ed è ben presto terminato!
Dopo circa un'ora riprendiamo il cammino verso Nuraghe Ruiu. La prima parte del percorso è in pianura. A destra e a sinistra i rimboschimenti curati dall'Azienda Foreste Demaniali della Sardegna. Di fronte a noi il tozzo rilievo di Monte Pertosu (986 m). Un gruppo di nostri compagni velocemente raggiunge la sommità: un allevatore della zona ci ha detto, infatti, che in cima vi sono dei resti archeologici. Ed è proprio così: una serie di conci squadrati delimitano con molta probabilità un eremo dei Camaldolesi; Monte Pertosu, infatti, viene anche chiamato "Sa Rocca 'e su para", la rocca del frate, e tale toponimo è molto esplicito sull'origine di tali resti.
I nostri compagni ci raggiungono e proseguiamo il cammino. C'è ancora molto da vedere prima di giungere a destinazione. La zona è ricchissima di fauna, i divieti di caccia sono dappertutto e la selvaggina vi trova un rifugio sicuro. Superato un cancello, siamo sulla strada consortile che dovrebbe collegare, una volta ultimata, Santu Lussurgiu a Santa Caterina di Pittinuri. Sulla nostra destra Punta Bausinari (853 m) e di fronte a noi il recinto di ambientamento dei cervi, da qualche anno reintrodotti sul Montiferru. Anche qui la fortuna ci assiste: grazie al nostro amico Giovanni Sechi riusciamo ad avvistarne alcuni e a fotografarli. Sono bellissimi, molti di noi avevano visto il cervo solo sulle riviste o in qualche libro di scienze. Dal vivo sono un'altra cosa! Ci osservano incuriositi, attenti ad ogni nostro movimento e pronti alla fuga.
Andiamo dritti, aggirando il recinto che lasciamo sulla nostra destra. Costeggiamo alcuni casolari e alcuni cavalli si avvicinano al muretto a secco che delimita il sentiero: forse sono in attesa del padrone e del pasto quotidiano. Oltre i casolari il percorso è in discesa e molto accidentato. Il sole penetra a fatica le fitte chiome dei lecci e delle querce, e qualche radura colorata di ciclamini e margheritine.
Siamo vicini a Nuraghe Ruiu e al rifugio che il Prof. Sebastiano Uras, sindaco di Seneghe ci ha messo a disposizione per trascorrere la notte. Un nostro compagno che ci aveva preceduti ci raggiunge per avvertirci di raccogliere legna per il fuoco.
Arriviamo al rifugio; il posto è incantevole e attrezzato dell'essenziale: tre ambienti, due camini e sul parco una fontana gorgogliante. Abbiamo tutto il tempo per prepararci il giaciglio: sacchi a pelo e materassini gonfiabili per tutti. Una grande emozione e tanta puzza di naftalina! Intanto alcuni insegnanti con l'aiuto di alcuni di noi accendono il fuoco e, meraviglia delle meraviglie, due invitanti maialini iniziano ad arrostire.

Alcune compagne lavano le verdure, altri si allontanano per recuperare dei ramoscelli di mirto (Sa murta), che dà un aroma incomparabile alla carne di porcetto. Controlliamo le nostre torce e visitiamo la grande mole di Nuraghe Ruiu. E imponente ed al suo interno vi è un camminamento per raggiungere la sommità che purtroppo in alcuni punti è crollata. La nostra cena è quasi pronta, aspettiamo però gli ospiti che non tardano ad arrivare. Finalmente giugono alcuni nostri genitori che avevano promesso di farci visita e subito si danno da fare e collaborano attivamente per completare la cottura dei porcetti e per sporzionarli su grossi contenitori di sughero (Sas trubias). Hanno con loro anche del buon vino e una meravigliosa torta per il fine pasto. Iniziamo a mangiare con gusto: la carne di porcetto aromatizzata col mirto e arrostita al fuoco di legna è veramente eccezionale. Dopo cena salutiamo i nostri genitori che stranamente non ci fanno raccomandazioni. Hanno constatato che ce la caviamo bene anche da soli! 


3a Tappa

 Nuraghe Ruiu (774 m)
• Funtanas (495 m)
• Conca Mele (470 m)
• Cornus (94 m)
Tempo di percorrenza: ore 5

La mattina seguente, spontaneamente, senza nessun tic tac o bip bip, alle sei e mezzo siamo pronti a riprendere l'avventura. Dopo aver piegato il nostro sacco a pelo, il materassino e messo in ordine gli ambienti che ci hanno ospitato, ci dirigiamo verso la grande fonte del boschetto vicino per una "toilette" in piena regola. Soprattutto per i più freddolosi che si erano equipaggiati di tutto punto, l'aria tiepida del primo mattino stupisce piacevolmente.
Anche l'acqua della sorgente è fredda, ma non troppo gelida: la temperatura ideale per svegliarci definitivamente senza traumi. Approfittiamo per un rapido sguardo alle nostre spalle per rivedere le montagne che abbiamo superato e per scorgere verso la vallata a ovest il profilo delle coste che piombano nel tratto di mare tra Bosa e Oristano.
Proseguendo, l'asfalto finisce e ci inoltriamo in un bosco di lecci ombroso e fitto. Seguendo il segno convenzionale di una croce sulla nostra carta topografica, abbandoniamo la strada e ci inoltriamo a sinistra nella boscaglia facendoci strada tra i cespugli. Giungiamo alla croce di ferro che da uno sperone roccioso domina una brusca depressione di circa 150 metri.
Giù in basso vi sono una radura circondata dal verde e la Fattoria Pili. E' pericoloso sporgersi troppo, tuttavia senza commettere inutili imprudenze possiamo godere lo spettacolare panorama:ma: il nostro sguardo spazia verso le coste a sud-ovest, verso la marina di Putzu Idu, gli stagni di Cabras e il Golfo di Oristano. Riprendiamo la strada e proseguiamo quasi passeggiando. Il percorso in questo tratto si snoda in mezzo ad un'incredibile fioritura di ciclamini dai colori sempre più accesi, dove il fogliame degli alberi impedisce alla luce diretta del sole di filtrare. Sono circa le dieci quando arriviamo in località Funtanas e ci concediamo una breve sosta. Anche qui, saliti su un piccolo belvedere naturale, ammiriamo la veduta verso il mare: piccole insenature, Santa Caterina, S'Archittu, Putzu Idu, e poi su a settentrione Tresnuraghes e Bosa. Sotto il nostro osservatorio strani muretti che si chiudono in piccoli quadrati: forse si tratta di antiche abitazioni di carbonai che, venuti da lontano fin dal secolo scorso, trascorrevano lunghi inverni in questi boschi... La vegetazione ora è meno fitta, il bosco piano piano si dissolve e lascia il posto al corbezzolo che assume dimensioni imponenti e al lentischio. Anche i ciclamini, dal colore meno intenso, sono più rari sostituiti dai bassi cespugli di cisto. Giungiamo a Conca Mele e proseguiamo in direzione di Cornus che dal punto in cui ci troviamo è abbastanza distante. Troviamo lungo la strada un abbeveratoio, ma la nostra felicità dura poco, l'acqua non è potabile e nel serbatoio di raccolta che prudentemente ispezioniamo c'è un topo annegato.
Proseguiamo stanchi e oltre la sete c'è anche la fame che inizia a stringerci lo stomaco. Fortunatamente qualche nuvolone ci sovrasta e non soffriamo il caldo.
Facciamo sosta in una radura e pranziamo. La sosta per il pranzo è breve per via del temporale che ci sorprende. Vicini a Cornus il terreno è sabbioso e la vegetazione è ricca di finocchi selvatici e cardi. Non piove più e Cornus è ormai vicinissima: una tappa da non mancare!


4a Tappa

• Cornus (94 m) 
• S. Caterina di Pittinuri (8 m)

La prima cosa che ci colpisce a Cornus è una baracca in metallo all'interno di una recinzione in pietra murata. Ci rendiamo subito conto dello scempio e del grado di abbandono in cui versa una delle zone archeologiche più importanti dell'isola: rovi e sterpaglie sommergono ogni cosa, le urne abbandonate, rotte dai vandali e, cosa incredibile questo muro di circa 80 cm. di larghezza costruito nell'area degli scavi. Non si capisce chi abbia autorizzato la costruzione ndi quella "recinzione dell'ignoranza". Anche noi che non siamo archeologi intuiamo che sotto quel muro, in quell'area ancora tutta da scavare, vi è una delle pagine più importanti per la storia della nostra isola e in particolare per il Montiferru. Della città sepolta di Cornus - la capitale dei Sardi Pellitti - Tito Livio parla ampiamente per la resistenza che Amsicora, suo figlio Josto e i sardo-punici seppero opporre alle truppe d'invasione guidate da T. Manlio Torquato.

Siamo disgustati da tanto abbandono, ci ripromettiamo di denunciare pubblicamente la nostra rabbia. Gli errori fatti in questa zona, infatti, sono più di uno: nell'area archeologica S. Cristina (Paulilatino), ad esempio, èstata consentita la costruzione di un pavimento in cotto fiorentino (sic!) sull'area archeologica, proprio in prossimità del Pozzo Sacro!

Scattiamo ancora qualche foto e mentre riprende a piovere ci avviamo verso Santa Caterina di Pittinuri dove arriviamo dopo un paio d'ore. Ad attenderci i nostri genitori, visibilmente soddisfatti per la nostra grande impresa. Anche noi lo siamo, stanchi, ma fieri di avercela fatta.


 Alla fine della nostra esperienza ci sembra più che mai opportuno ringraziare tutti coloro - Enti Pubblici e privati - che hanno collaborato aiutandoci durante le varie fasi del nostro lavoro. Innanzitutto i nostri insegnanti che con sacrificio personale e anche al di fuori dell'orario scolastico si sono prodigati per la realizzazione di questo trekking, poi i nostri genitori che ci hanno permesso di partecipare ed alcuni di loro che hanno collaborato attivamente all'organizzazione. Poi, un grazie di cuore alle Amministrazioni comunali di Santu Lussurgiu e Seneghe, ai Comandi delle Stazioni forestali e di Vigilanza Ambientale di Seneghe e Cuglieri, al Centro di Cultura Popolare UNLA di Santu Lussurgiu, all'Azienda Foreste Demaniali della Sardegna e al personale del Cantiere di rimboschimento di Pabari le, infine al Comando 45° Battaglione Fanteria "Arborea" di Macomer per la collaborazione logistica fnrnitaci.

 DIAPOSITIVE

i - Ciclamini
2 - Selseparigila nostrane
3 - Piantine acquatiche
4 - Asfodelo
5 - Aperitivo ai cardo
6 - Rosa peonie
7 - ible
8 - Orchidee pepilionacea (orchidee farfalla).
9 - Grifone
10 - Grifone in volo
li - Cervo
12 - Pernice sarda
13 - Falco Pellegrino nel suo nido
14 - Gheppio
15 - Giovane mufione
16 - Brio, il piccolo muflone tm gli arbusti.

 Notizie utili

·  Come arrivare:

  • ·  Via aerea: aeroporti di AlgherolFertilia, Olbia, CagliarilElmas e per aerei da turismo l'aeroporto di Fenosu (Or);
  • ·  Via mare: Porti di Olbia, Golfo Aranci, Porto Torres, Cagliari e per im­barcazioni da diporto Torregrande (Or);
  • Via terra:

    Treno: Sassaril Macomer-Abbasanta, CagliarilOristano-Abbasanta

    Auto: S.S. 131 Carlo Felice, uscite per Macomer, Abbasanta, Paulila­tino, Tramatza Litoranea, Alghero, Bosa per Cuglieri o Macomer.

·  Interessi prevalenti:

  • Faunistico, botanico, geologico, archeologico, paesaggistico, etnogra­fico, enogastronomico

  Luoghi da visitare in zona:

e Periodo consigliato:

primavera-autunno

e Feste popolari, sagre, manilestazioni

 Carnevale lussurgese con corse di cavalli in "Sa Carrela 'e nanti", domenica, lunedì, martedì di carnevale.

Settimana santa: suggestivo rito del martedì, giovedì e venerdì santo con la sacra rappresentazione della crocefissione e della deposizione di Cristo accompagnata da antichissimi canti eseguiti dal coro "Su Con-cordu", della Confraternita del Rosario.

Festa di 5. Leonardo, 2 e 3 giugno con la "Fiera regionale del caval­lo", nell'ambito della quale viene organizzata la Mostra mercato del­l'artigianato lussurgese.

e Festa di San Lussorio, 20 e 21 agosto.

e Gastronomia e piatti tipici

La gastronomia del Montiferru e quella lussurgese in particolare si ba­sano essenzialmente sui prodotti derivanti dalle attività agropastorali svolte nella zona, dall'attività venatoria e dalla presenza del mare par­ticolarmente pescoso che bagnala costa occidentale del Montiferru; si trattas di pietanze semplici, dove la genuinità delle materie prime gioca un ruolo rilevantissimo insieme alla tradizione che ha codificato nel tempo una serie di piatti gustosissimi che gli aromi tipici di questa terra rendono indimenticabili ai palati più esigenti.

"Una cucina contesa tra mare e terra sin dall'antipasto", afferma l'edizione 1992 de I ristoranti di Veronelli segnalando il ristorante "La Bocca del Vulcano" di Santu Lussurgiu ~el. 07831550974). E conti­nua: "Superbi il prosciutto di cinghiale e la salsiccia lussurgesi", e poi ancora, "prosciutto, funghi, crema di pecorino, olive, salsiccia e bot­targa di muggine marinata; continui con la zuppa di finocchietti selva­tici, i ravioli di formaggio o ricotta, le fettuccine e i funghi, gli spaghetti alla lava vulcanica; poi, deciso: addirittura terragna: porcetto e agnel­lo arrosto e cinghiale alla lussurgese o i lapilli di cinghiale alla Montferru. Dolci: uno, ma solo, per la tua gioia: la seadas al miele amaro. Formaggi: casizzolu lussurgese, crema di formaggio pecorino, dolce sardo e pecorino. Olio d'oliva: di produzione propria; Acqueviti: dritto su mirto bianco e rosso - conclude Veronelli - e sul tllu 'e ferru di Santu Lussurgiu".

Per i vini, Santu Lussurgiu vanta un'antichissima tradizione étnologi­ca anche se attualmente la produzione soddisfa appena il fabbisogno delle famiglie lussurgesi. Quasi tutte le abitazioni del centro storico di­spongono di una cantina scavata nella roccia: un condizionatore naturale dove il vino stagiona in botti di castagno e viene spillato senza parsimonia e con orgoglio da "su mere" (il padrone) in occasione di incredibili bevute per assaggiare il vino novello "Sa die de Santu Andria" (il giorno di S. Andrea e in occasione di interminabili discussioni tra amici. I vigneti di Santu Lussurgiu, in prevalenza a ceppo basso, sono dispsti al limitare dell'altopiano di Abbasanta verso est e quindi soleggiati durante tutto il giorno. Inoltre l'origine vulcanica dei suoli e la conse­guente ricchezza dei sali minerali in essi disciolti, conferiscono eccezionali qualità alle produzioni. Insomma, veri e propri giardini "dedicati a Bacco" che gli anziani del paese raggiungono di mattino presto in groppa all'asino con l'orgoglio delle stagioni e con una filosofia del­la vita e del lavoro rispettosissima dei ritmi della natura. Altra arte antichissima è la distillazione dell'acquavite Su filu 'e ferru che è il più conosciuto e apprezzato dell'isola. Prodotti artigianali e botteghe Santu Lussurgiu vanta un artigianato tra i più tipici e specialistici della Sardegna, un settore non trascurabile dell'economia che affonda le sue radici nel lontano passato. Questa attività produttiva tramandata da padre in figlio è ancora molto viva grazie all'abilità e alla passione di molti giovani lussurgesi che hanno coniugato senza scom pensi l'arte antica con le moderne tecniche di marketing. A Santu Lussurgiu si tro­vano infatti: coltelierie, pelletterie, sellerie, falegnamerie artigiane, pro­duzione di tappeti, maniscalco.

e Alloggio

Bar Pensione Ristorante "Malica", a San Leonardo, Tel. 07831550756 Bar Pensione Ristorante "Da Carmelina" a San Leonardo, Tel. 0783/550790

A Santu Lussurgiu è possibile trovare ospitalità presso famiglie priva­te e strutture comunitarie (Per informazioni rivolgersi al Ristorante "La Bocca del Vulcano", Via Leonardo Alagon 27, Tel. 0783/550974).

Cartog rafia

l.G.M.          Carta d'italia 1:25.000, F. Santu Lussurgiu. III NE. Informazioni

Assistenza logistica e progettazione itinerari differenziati:

Centro Documentazione Trekking della Sardegna, Via Alagon 25, San-tu Lussurgiu (Or), Ristorante "La Bocca del Vulcano", Via Alagon 27, Santu Lussurgiu, Tel. 0783/550974.

e Bibliografia

G. Lilliu, La civiltà dei Sardi, Nuova Eri, Torino, 1988;

F. Barreca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella, Sassari;

M.VV., L'archeologia romana e altomedievale nell 'oristanese, Atti del C9nvegno di Cuglieri 22-23/6 1984, Editrice Scorpione, Taranto, 1986; M.VV., Mensae e riti funerari in Sardegna. La testimonianza di Cor-nus, Editrice Scorpione, Taranto, 1985;

Finzi C., Le città sepolte della Sardegna, Newton Compton Editori, R~ ma, 1982;

A. Della Marmora, Itineraire de l'ile de Sardaigne, Tourin, 1860, trad. it. Itinerario dell'isola di Sardegna, Caserta-Roma, 1918-20;

A. Della Marmora, Voyage en Sardaigne, Paris, 1889, trad. it. Viaggio in Sardegna, Cagliari 1926-28;

F. Cherchi Paba, Evoluzione storica dell'attività industriale agricola cac­cia e pesca in Sardegna, VoI. I, Cagliari, 1964;

F. Cherchi Paba, Santulussurgiu e 5. Leonardo di Sette fuentes, Ca­gliari, 1958;

R. Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia & C., Milano, 1971; E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica, Nardecchia, Roma 1923; P. Beccu, Indirizzo zootecnico e possibilità economiche del Montifer­ru, SEI, Cagliari, 1958;

D.    Are, A. Cossu, A. Meister, Autonomia e solidarietà nel Monti ferru, Supplemento a "il Montiferru", Cagliari, 1959;

P. Lutzu, lì Montiferru. Appunti storici con più ampie notizie sul Comu­ne di Scano, Oristano, 1992.

G. Massidda, Sette Fontane, Cagliari, 1957;

A.M. Migheli, Cenni storici sulla Regia Basilica di Siete Fuentes, Ca­gliari, 1930

lì Convegno A. 16, n. 9, Settembre 1963, Editrice Fossataro, Cagliari A. Berio, G. Corbellini, R. Cortis, Itinerari sulle Montagne della Sarde­gna, C.A.l., Regione Sardegna, 1992.

Camarda-Falchi, Nudda, L'ambiente naturale in Sardegna, Carlo Del­fino Editore

Renzo Stefani, Dispense di ornitologia, Università di Cagliari.

Sardegna Ambiente, "Suppì. di Sardegna Estate", Febbraio 1990 Fulco Pratesi, Franco Tassi, Guida alla natura della Sardegna, Arnol­do Mondadori Editore.

 

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